Arrival, la recensione del film con Amy Adams
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Arrival, la recensione del film con Amy Adams

Cosa succede quando metti insieme un acclamato racconto breve, uno dei registi più promettenti degli ultimi anni e la migliore attrice americana della sua generazione? Ne viene fuori uno dei più bei film dell’anno, presentato alla 73. Mostra del Cinema di Venezia e nelle sale italiane dal 19 gennaio.

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Arrival, tratto dal racconto Storia della tua vita di Eric Heisserer (che è anche sceneggiatore del film) e diretto da Denis Villeneuve (Prisoners, Sicario e prossimamente Blade Runner 2049), racconta la storia di una misteriosa invasione aliena e della linguista chiamata per cercare di comunicare con gli extraterrestri. Louise Banks, questo il nome del personaggio interpretato da Amy Adams, entra a fare parte di un team composto da altri scienziati, fra cui il fisico teorico Ian Donnelly (Jeremy Renner), guidato da un colonnello dell’esercito di nome Weber (Forest Whitaker). La squadra tenta di stabilire i primi contatti con gli alieni per capire le loro intenzioni, mentre la portata dell’evento (le dodici astronavi sono “atterrate” in diverse parti della Terra) getta gli equilibri geo-politici mondiali in una delicata situazione che potrebbe diventare drammatica in qualsiasi momento.

Fin dall’inizio, l’infinitamente grande (l’invasione) e l’infinitamente piccolo (la dolorosa storia personale della protagonista) si intrecciano, fino ad arrivare ad una fusione e poi a un totale ribaltamento. Così come in Interstellar di Christopher Nolan, e come nelle migliori storie di fantascienza, il particolare diventa universale e l’uomo torna ad essere il fulcro della storia. La minaccia aliena altro non è che un espediente per guardarci dentro e riflettere sulla nostra vita e sulla consapevolezza delle nostre scelte, sull’ignoto e sull’inconoscibile, su ciò che ci rende umani e che rende la vita degna di essere vissuta.

arrival-e1484670803806-01837178e04d0452eaf8677c852e7cfb1Villeneuve conferma ancora una volta la sua maestria dietro la macchina da presa, regalandoci – con il fondamentale apporto del direttore della fotografia Bradford Young – delle sequenze spettacolari come quelle dei “contatti” e, allo stesso tempo, delle inquadrature intimiste che fanno esprimere gli attori al massimo del loro potenziale (Adams è ormai una garanzia e, se non fosse per la spietata concorrenza di quest’anno, potremmo facilmente scommettere su di lei come vincitrice dell’Oscar).

Questa fantascienza umanista, che abbandona le grandi catastrofi e le minacciose distopie per un ritorno alla riflessione filosofica e all’esplorazione dell’ignoto, che pone il focus sugli individui, non più puntini da schiacciare persi in mezzo alla galassia ma coloro che da soli sono capaci di fare una differenza concreta, è proprio ciò che ci serve in questi tempi duri che sempre più spesso ci fanno sentire frustrati e impotenti.

In conclusione, Arrival è una ventata d’aria fresca per il Cinema, per il genere fantascientifico e, soprattutto, per le nostre menti.

 

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