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Arctic Monkeys – Tranquility Base Hotel + Casino (Recensione)

Indipendentemente dal fatto se sia fantastico o tremendo, un album assume la sua importanza nel momento in cui fa parlare di sè. È questo il caso di “Tranquility Base Hotel + Casino“, nuovo album degli Arctic Monkeys che, a distanza di cinque anni da quello che potrei definire il loro capolavoro assoluto (“AM“, 2013), alle porte delle loro tappe italiane istantaneamente sold out, tornano a far parlare di loro.

È un album che non ha mezze misure,o lo ami o lo odi. La voce liquida di Alex Turner è protagonista assoluta della prima parte del disco insieme agli 88 tasti b&w che con soave eleganza mettono in ombra le fluttuanti sonorità della band, che si ritrova catapultata in frames d’altri tempi. Partono da lontano le Scimmie Artiche, con un leggerissimo passo felpato un po’ retrò, ad apertura del disco, facendosi spazio con bassi stomacali, da sempre loro tratto distintivo, fino ad arrivare alla loro vera essenza. È una promenade scandita dal timbro vellutato di Turner che si riscopre completamente a suo agio in un contesto pianistico che non assumeva tanta importanza da tempo nel contesto rock. È un album che definirei ciclico, completo.

I ragazzi britannici fanno sentire coraggiosamente il loro cambiamento, la loro urgenza di maturità. Rimane solo qualche traccia della potenza impulsiva, della musica dettata dallo stomaco, che li ha accompagnati fin dal primo album “Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not“, resta un’ombra sbiadita della graffiante “When The Sun Goes Down“, e del dark mood che ci ha fatto innamorare di “AM“. È così, arriva per tutti il momento di crescere nella vita, di lasciarsi l’ombra di Peter Pan alle spalle, e gli Arctic Monkeys lo hanno appena fatto, con la classe che da sempre li contraddistingue. I ragazzi di High Green hanno ufficialmente abbandonato l’isola che non c’è.

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