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Ciclo Oscar 2014: Gravity

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Presentato in anteprima mondiale il 28 agosto 2013, come film di apertura della 70a Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia, acclamato poche settimane dopo in tutte le sale e, inutile negarlo, superpremiato, Gravity di Alfonso Cuarón è uno dei film più quotati per questi Academy Awards.

Si tratta di una pellicola tanto inusuale quanto ben costruita, ruotante attorno a una figura principale, quella della dottoressa Ryan Stone (Sandra Bullock), astronauta inesperta con alle spalle una storia familiare dolorosa, che decide di affrontare la sua prima missione nello spazio. Viene mandata ad eseguire dei lavori di manutenzione sul telescopio Hubble insieme ad altri astronauti, tra cui il simpatico ed affascinante Matt Kowalsky (George Clooney), ma qualcosa va storto. Un satellite russo non lontano dalla loro ubicazione in orbita esplode, e il sito del telescopio viene colpito da un’ondata di detriti, viaggianti a incredibile velocità, che distruggono tutto ciò che incontrano e da cui Ryan e Matt si salvano per miracolo. È da qui che il film inizia veramente, e il regista ci fa provare chiaramente, attraverso numerosissime riprese dall’interno del casco della protagonista, la sensazione di essere persi, alla deriva nello spazio immenso ed oscuro, in assenza di gravità e in pericolo di vita.

Sandra Bullock, protagonista sola ed assoluta della pellicola, rappresenta perfettamente il dramma dell’uomo di fronte all’immensità dell’universo, ma al contempo resta con i piedi saldamente a terra e il pensiero sempre rivolto all’amata figlia, persa da poco in un incidente, a soli 4 anni. Ryan attraversa momenti di panico assoluto, rassegnazione, speranza e dolore, ritrovandosi completamente sola in diverse basi spaziali abbandonate e distrutte dalla tempesta di detriti, tanto da pensare di abbandonarsi a ciò che il destino ha deciso di riservarle e non mollare. Un commovente soliloquio e il ricordo di Matt e della figlia l’aiuteranno a continuare a lottare.

George Clooney è il comic relief della tragica avventura di Ryan, una comparsa tanto breve quanto significativa per il suo inizio e per la  sua continuazione, una faccia amica nel bel mezzo dello spazio sconfinato e ostile.

Ho trovato inoltre particolarmente bella l’idea del fratello e co-sceneggiatore del regista, Jonas Cuarón, di registrare un cortometraggio ambientato “dall’altro capo” del telefono con cui Ryan, ad un certo punto del film, riesce momentaneamente a contattare la Terra: parla con un uomo eschimese, di cui non comprende la lingua e dal quale non riesce a farsi capire a sua volta, ma che le dona nuove speranze e, in qualche modo, pacifica la sua anima. Il corto è stato presentato sempre a Venezia, come parte di una rassegna, e sarà probabilmente inserito come extra nel DVD.

Chi ha avuto la fortuna di vederlo in 3D probabilmente l’ha apprezzato molto più di me, dato che per diverse ragioni questo film fa parte della categoria dei cosiddetti “nati per il 3D”, a partire dalla fotografia, perdonatemi il gioco di parole, spaziale, per finire con le lunghe sequenze dentro le basi in orbita.

Per ciò che riguarda la trama, il plot device è buono e l’idea della protagonista unica molto adatta ad un film “impegnato”, destinato ad una stagione di premi, ma ho trovato lo svolgimento piuttosto lento e soprattutto il finale molto scontato e, personalmente, abbastanza deludente. Ciò detto, i premi non mentono, e Gravity resta uno dei favoriti per gli Oscar di quest’anno.

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