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LA LEGGE ITALIANA E I SEMI DI MARIJUANA

LA LEGGE ITALIANA E I SEMI DI MARIJUANA
LA LEGGE ITALIANA E I SEMI DI MARIJUANA

LA CANNABIS E I SUOI SEMI IN ITALIA

In Italia è consentito commerciare prodotti alla cannabis: la legge permette di utilizzare la cosiddetta cannabis light. Questa per essere legale deve avere un contenuto di THC, il cannabinoide con effetti psicotropi, inferiore allo 0,2%. E’ invece ricca di CBD, l’altro maggiore cannabinoide contenuto nella pianta: questo non ha effetti psicotropi bensì calmanti e rilassanti. La cannabis con un livello così basso di THC non è quindi considerata uno stupefacente. Per quanto riguarda i semi, invece, c’è la possibilità di commerciarli liberamente a patto sia specificata la destinazione d’uso, che deve essere diversa dalla coltivazione. Puoi trovare un’ampia scelta di semi di marijuana online. E’ del tutto legale comprarli perché i semi di cannabis di per sé sono considerati come tutti gli altri semi in quanto non contengono alcuna quantità di THC e non sono inclusi nell’elenco delle sostanze stupefacenti illegali della legge 309/1990. E’ però un problema piantare e coltivare i semi: infatti da questi potrebbero nascere delle infiorescenze ad alto contenuto di THC, considerate quindi illegali.

LA LEGGE E I SEMI DI MARIJUANA

Secondo la legge italiana è possibile coltivare semi di cannabis se non si dispone di un’attrezzatura considerata da „professionista“ e sono state fatte crescere a scopo esclusivamente personale. Questo accade per esempio quando si portano prove che certificano la presenza di una o due sole piante, l’assenza di un bilancino di precisione in casa ed altri strumenti. Insomma, bisogna dimostrare che non c’è intenzione di vendere la cannabis e che non è presente il reato di spaccio. Il reato amministrativo consente nel pagamento di una multa e in alcuni casi nell’inserimento in un programma di riabilitazione al Ser.D. Il reato penale al contrario prevede l’incarcerazione da 7 a 20 anni o gli arresti domiciliari.

Per non ricevere sanzioni e non avere problemi con la legge è quindi importante non piantare i propri semi di cannabis. Questi in Italia vengono venduti a scopo collezionistico, come mangime per gli uccelli o altri animali, per realizzare le esche da pesca, per comporre sacchettini profumanti. Inoltre è molto diffuso il loro uso a scopo alimentare: sono ricchi di sostanze nutritive e possono essere inclusi in moltissime ricette. Vengono usati da chef e nei ristoranti, oppure possono essere acquistati anche al supermercato per utilizzarli a casa.

IL VALORE DI MERCATO DEI SEMI DI MARIJUANA

In sintesi, i semi di cannabis light possono essere piantati mentre coltivare i semi della cannabis è illegale. Essendo che in Italia è possibile acquistarli, hanno un loro valore di mercato. Per quanto riguarda la cannabis light uno dei fattori determinanti alla definizione del prezzo è la percentuale di CBD che contengono: la quantità di CBD infatti aumenta la qualità del seme. All’aumentare della quantità di CBD, quindi, aumenta il prezzo del seme.

Il prezzo dei semi di cannabis, da coltivazione o da collezionismo, è inoltre determinato dalla genetica. Questa è il DNA della pianta che ne determina tutte le caratteristiche. Ovviamente i prodotti più costosi sono quelli che presentano una migliore genetica. Infatti i semi più pregiati hanno alle spalle un processo di sviluppo molto intenso: incroci tra specie, selezione, trattamenti ormonali e via dicendo.

La legge italiana non definisce un prezzo di mercato, ma nel settore del commercio dei semi si possono trovare moltissime varietà con tante diverse caratteristiche di prezzo, così da soddisfare ogni esigenza.

LA COLTIVAZIONE DELLA CANNABIS NELLA STORIA ITALIANA

La cannabis è una pianta conosciuta da millenni, uno dei primi ritrovamenti degli archeologi che fa pensare al suo utilizzo risale a 8000 anni fa in Cina. Per approfondire questo tema puoi consulare questo link. In Europa i primi ritrovamenti risalgono a 500 anni prima della nascita di Cristo.

In Italia la pianta fu coltivata e diffusa dal ‘700 fino all’avvento del fascismo e veniva utilizzata per realizzare pregiati filati industriali dedicati a ogni tipo di esigenza. I prodotti italiani erano famosi e commerciati fiorentemente in Europa, per esempio erano utilizzati dalla Marina Britannica.

Fu solo negli anni ’30 che la pianta divenne illegale. Gli scopi ricreazionali che poteva avere la pianta furono considerati “nemici della razza” e fu messa fuori legge, anche se la sua coltivazione era studiata nelle scuole di agraria.

Successivamente, durante la Seconda Guerra Mondiale, la produzione tornò ad aumentare poiché le fibre tessili e gli oli sativi diventavano più costosi. Inoltre c’era l’esigenza di avere materie prime contenenti molta cellulosa per ricavare esplosivi. Dopo la guerra però si siluppò molto l’industria delle fibre sintetiche, la coltivazione della cannabis andò scemando.

Cessò definitivamente con la legge antidroga Jervolino-Vassalli, che decretò la fine della canapicoltura in Italia con l’art.26 del D.L.gs 309/90.

Nel 1994 e nel 1995 la sola canapa coltivata ufficialmente in Italia sotto il controllo delle forze dell’ordine era quella dell’ENEA, a scopo di ricerca statale.

Nel 1997 si vide la prima apertura: la Comunità Europa stabilì la reintroduzione della cananbis a uso industriale, ma la sua vendita e commercializzazione per altri scopi erano vietati.

Fu soltanto nel 2016, con la legge numero 242, che venne regolata la coltivazione della cannabis light con le modalità che conosciamo oggi. Da quel momento le coltivazioni di cannabis light cominciarono a crescere: per esempio nel 2014 vi erano registrati 400 ettari per la coltivazione della pianta, nel 2018 erano arrivati a 4000.

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