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Lew Tabackin 4et feat. Roberto Gatto: quando il jazz è d’oro

Vocii sommessi e saluti di rito affollano la sala del Teatro Politeama Siracusa di Reggio Calabria, la sera del 10 aprile. All’entrata, a metà tra la luce dell’ingresso e la penombra trapunta di stelle del Corso, c’è chi si gode l’aria fortunata e senza vento, mentre un sottofondo di mood d’altri tempi riempie le orecchie. La serata è mite, ma non ancora calda del tempo d’estate: alcune donne, temerarie e non curanti della frizzantezza del tempo atmosferico, sfoggiano ai piedi sandali vertiginosi, che lasciano scoperte le dita accennanti moti di vario genere.
Ma la clessidra sgranella il tempo, ed è ormai il momento di accomodarsi in sala, di prendere posto tra le poltrone rosse, di mettersi in quella piacevole dimensione d’animo che realizza, tramite l’udito, volute meravigliose di pensieri.

IMG_2684 copiaAncora si colloquia con gradevolezza, ci si scambiano, con sorrisi non prepotenti, notizie delle vite vicendevoli: e quasi nessuno si accorge che in fondo, dentro la cornice del palco, un uomo ornato di barba e capelli color spuma di maestrale si china sugli strumenti, li accarezza, li cura, per allestire la musica che, di lì a qualche minuto, verrà. Passa al principio inosservato, così, Lew Tabackin, sassofono e flauto d’oro del jazz dell’ultimo cinquantennio. Ma ecco che, d’improvviso, quel sottofondo suonato da chissà chi e quando si interrompe: luci basse, e un sax, solo. Si inizia, e lo si fa in grande stile.

Dopo giri infiniti di calore dorato, prendono posto sul legno scuro musicisti di cui, già dal loro incedere sicuro e leggero, si percepisce la levatura artistica, ed umana.
IMG_2621 copiaGià dagli assaggi tratti dalla produzione personale del sassofonista si carpisce che quello che si ascolta, con gli occhi sgranati ed un ritmo costante sulla punta del piede, è nient’altro che jazz, di quello buono e puro, concentrato. Anche un faretto, colmo di piacere per quella musica così full, esplode, non riuscendo a trattenere il groove assorbito. Si ride, e  Lew saluta con maturità e ironia il pubblico, che gli sorride plaudendo. La sua voce è calma, rilassata, grave e calorosa, e chi gli sta di fronte pare che ne sia incantato. Questo gesto, che di poco conto può apparire, in realtà accende ancor di più gli animi e lascia libero accesso al mondo dell’armonia. IMG_2699 copiaDopo poco, incede di fronte agli astanti un trombettista, dalla cui fronte distesa si intuisce la giovane età. Viene accolto da Lew con grande stima: dopo pochi minuti, sono entrambi sommersi dalla musica reciproca di sax e tromba, che si arrovella in incastri polifonici da brivido. Così è per il meraviglioso brano del grande compositore Victor Young, pensato per la colonna sonora del film Sansone e Dalila, che si arrichisce di tonalità arabesche in una cornice esotica, così è per i due pezzi (sensazionali) di Thelonius Monk, Trinkle Tinkle e Monks Dream, che ci riportano a quella dimensione del jazz da scantinato.

IMG_2707 copiaBisognerebbe creare un glossario apposito per tradurre in parole l’eccezionale timing di Roberto Gatto, sempre presente ma mai prepotente, che regala splendidi intrecci di pelli e metallo, salti leggeri tra mallet carezzevoli e spesse bacchette tenute con maestria. Per non parlare dei solo profondi e decisi di Giuseppe Bassi, che tira fuori dal legno mogano del contrabbasso note sommerse e sognanti. I dialoghi tra Lew e Alessandro Presti, talentuoso messinese della tromba, sono carichi di messaggi: si avverte la timidezza della gioventù davanti alla maturità; tuttavia, Lew lo invoglia a liberarsene, e a far sì che esprima quello che porta dentro.
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Dopo i generosi bis, le parole di Roberto Gatto e di Lew nei confronti del pubblico che ha, con attenzione e godimento, accolto il flusso sonoro, riecheggiano di quelle storie immense che solo il jazz racconta, e che hanno avuto l’ennesima vita nuova  nelle ginocchia, dagli ottimi riflessi, di Lew Tabackin, e negli arti in accordo del suo quartet.

Così, sfuma il secondo appuntamento della rassegna Jazz di Play Music Festival che, tramite l’Associazione Soledad, la direzione artistica di Alessio Laganà e quella organizzativa a cura di Giacomo Farina, sa regalare attimi intimi e di elevata godibilità. Chapeau, dunque, e lunga vita alle mille e mille sfumature di blue.

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Foto di Marco Costantino

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